IMMAGINA UNA GIOIA
personale di Raffaele Santillo
CERAVENTO, Corso Vittorio Emanuele II 161, Pescara
dal 21 febbraio al 10 aprile 2026
Testo critico di Daniele Capra
Pistole e narrazioni da completare
Le opere di Raffaele Santillo sono dotate di una forte carica narrativa, che viene veicolata dalla capacità dell’artista di costruire delle scene e delle situazioni che sembrano appartenere o essere state vissute dall’osservatore. I suoi dipinti ritraggono una o più figure umane generalmente all’aperto, sia in contesti naturali che in ambienti antropizzati, in cui si ha l’impressione che qualcosa stia succedendo o stia per avvenire. L’artista si sottrae però al racconto diretto, ma fornisce gli indizi degli accadimenti dai quali chi guarda può ritrovare gli elementi in grado di generare l’evento. Tale dinamica risponde al principio della cosiddetta ‘pistola di Čechov’, per cui la presenza di elementi chiave all’interno di un sistema narrativo, sia esso di natura verbale o visiva, stimola lo spettatore a immaginarne gli effetti e le conseguenze a cui conducono. Per Čechov ogni narrazione risponde essenzialmente alla logica di causalità, concisione e necessità: “non si dovrebbe mettere un fucile carico sul palco [di un teatro] se non sparerà”, scriveva a un amico, poiché sarebbe come “fare promesse che non si vuole mantenere”. Santillo segue tale criterio alla lettera, attuando una feroce sintesi dei particolari da rappresentare nel dipinto, concentrandosi soltanto su quello che è strettamente necessario. L’artista non rappresenta cioè sulla tela una storia vera e propria, ma congegna una condizione pre-narrativa fornendo all’osservatore un anticipo di quello che sta per succedere. In questo modo l’artista non sviluppa la narrazione nella sua compiutezza, ma mette chi osserva l’opera nella possibilità di dare seguito liberamente alla storia, in forma autonoma.
Tacere e far raccontare
Nei quadri di Santillo la descrizione dei personaggi e degli ambienti è sommaria e ridotta all’essenziale, ed è dotata di una densità dovuta proprio a ciò che è assente, a ciò che volontariamente l’artista non menziona: l’immagine è elusiva, e spetta all’osservatore ricostruire visivamente le vicende sintonizzandosi sui dati disponibili. Così per esempio un ragazzo in divisa da calcio che si trova in un campetto circondato dal verde anticipa la possibilità di una partita a pallone (La divisa nuova, 2025), o due persone carponi con la testa in un cespuglio suggeriscono la ricerca di qualche oggetto perso all’aperto, forse in un giardino o in un bosco (Ho tre tacche, 2024); o, ancora, in un signore con due ragazzine pare di scorgere un papà con le figlie che in un bosco cercano, forse, delle more tra i rovi (Raccolta, 2026). La narrazione avviene per sottrazione e, come in un racconto di Raymond Carver, Santillo sintetizza fino all’essenziale, distilla i fatti e tace su molti dettagli. Il potenziale narrativo si manifesta solo in forma minimale attraverso dei piccoli elementi finzionali disseminati nel dipinto, suggestioni che vanno poi ordinate nella calma della contemplazione per cercare di ricostruire le vicende. Il fatto di non raccontare gli sviluppi della storia, limitandosi a enunciare il contesto e i personaggi, produce al contrario un maggiore coinvolgimento da parte dell’osservatore, che si trova psicologicamente nella condizione di ‘dover’ ricostruire il plot: troppi dettagli porterebbero chi guarda a fermarsi sulla soglia del dipinto estraniandosi di fronte alla complessità dei particolari; la sintesi permette invece di entrare nell’opera, di viverla come la vivrebbero i soggetti raffigurati.
Campionamenti e scenari emotivi
I lavori di Santillo sono caratterizzati da un segno fluido e minimale, da colori opachi e da una figurazione delicata, aspetti che contribuiscono a delineare atmosfere evocative, frequentemente malinconiche. La sua pittura è originata da immagini e situazioni apparentemente passate, ricordi forse, in cui i vari frammenti narrativi disseminati sono attivati anche dal fatto che le situazioni rappresentate appartengono, in qualche modo, al corredo di esperienze di chi guarda. La costruzione della scena è cioè basata su situazioni semplici e comuni, che ciascuno di noi ha vissuto: non succede niente di eccezionale, eccetto la vita delle persone raffigurate, che è poi, umanamente, la vita di chiunque. Le immagini dipinte paiono infatti dei ‘campionamenti’ di situazioni vissute delle quali non ricordiamo i dettagli, o vicende che, quasi sicuramente, potremmo vivere nel nostro prossimo futuro. Santillo scansa la retorica della straordinarietà si focalizza su situazioni che tutti possono aver vissuto, consentendo a ciascuno di identificarsi anche grazie ai tratti generici dei soggetti e delle ambientazioni. L’artista costruisce infatti un vero e proprio ‘scenario emotivo’, ossia un contesto psicologico che consente l’innesco di una forma di autoriconoscimento. Inevitabilmente chi guarda è portato a identificarsi, a ‘rivivere’, seppur nella finzione che la pittura, come ogni forma d’arte, consente.
Una gioia sospesa
Immagina una gioia è il racconto per immagini che Santillo fa dell’attesa della gioia, di uno spazio personale di piacere in cui è possibile stare in serenità, senza che la leggerezza sia turbata da accadimenti repentini, inquietudini o ansie che disturbano e che conducono il pensiero altrove. La gioia è una condizione che si manifesta in situazioni semplici e rilassanti, nella possibilità di stare insieme serenamente perdendo la sensazione dello scorrere del tempo. L’artista nei suoi dipinti evoca questi momenti attraverso una pittura in cui la figura umana pare quasi essere un’emanazione nel paesaggio, sia naturale che antropico: il disegno e gli elementi della composizione sono concisi, le forme e le anatomie morbide e solo delicatamente suggerite, mentre i colori sono così scarichi da sembrare a tratti lattiginosi. I lavori di Immagina una gioia sono popolati di persone che stanno insieme, galleggiano nell’acqua, parlano su una panchina, camminano in un bosco, si fermano davanti al mare fuori stagione, osservano la luna: non avviene nulla di eccezionale o fuori dall’ordinario, ma proprio per questo accade qualcosa di vero di cui avvertiamo intensamente l’autenticità. In un presente in cui tutto sembra correre ininterrottamente e mostrare il proprio peso insostenibile, i suoi dipinti aprono emotivamente a un tempo diverso: lento, caldo, antimoderno e forse più umano. Che è anche, per sua stessa natura, un tempo prezioso ed emotivamente ansiolitico. Un tempo che chi guarda ha conosciuto, malinconicamente consapevole che sarà sempre più raro.













Foto Iacopo Pasqui, courtesy Ceravento