Nato a Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta. Ho frequentato l’Istituto Statale d’Arte di S. Leucio (CE), e dopo la maturità il corso di laurea in Architettura presso l’Università degli Studi Federico II di Napoli. Dal 1998 vivo a Pordenone.

 

Recenti partecipazioni ed esposizioni:

 

2018 - Fabula-Enigmi, a cura di Giorgio Baldo e Stefano Cecchetto, Museo del Paesaggio, Torre di Mosto (Ve).

 

2018 - La prima parola, a cura di Giovanni Fierro, Associazione Culturale Prologo, Gorizia.

 

2017 - L'abitudine di tornare. Bipersonale con Iva Lulashi, presso Palazzo D'Attimis, Maniago (PN),  a cura di Eva Comuzzi

 

2016 - Interferenze. Mostra personale, Galleria Talenti, Portobuffolè, a cura di Michele Tajariol.

 

2016 - L’Estate del davanzale. Mostra personale, Sala Espositiva Biblioteca Civica Pordenone,

 

Piazza XX Settembre, Pordenone, a cura di Paola Bristot.

 

2016 - Al fine lo spirito fa quello che vuole. Mostra personale presso Associazione Culturale Prologo,

Via G.I. Ascoli 8/1, Gorizia.

 

2015 - Studio Visit Off. Lo studio apre agli artisti e al pubblico. Via Torricella 2, Pordenone.

 

2015 - Consapevole deriva. Mostra personale presso Libreria Lovat, Villorba (TV), a cura di Alessandra Santin.

 

2015 - "Silenzioso", mostra personale presso galleria "PAB" punto arte benandante,  Portogruaro (VE)

 

2014 - “Madre dell’Aurora”, mostra personale presso Centro Culturale Aldo Moro, Cordenons, (PN), a cura di Chiara Tavella.

 

2014 - Orario Continuato. Tre personali in collaborazione con Ubik Art. In concomitanza di Pordenonelegge. Pordenone.

 

2014 - “Dello scegliere e altri inganni”, mostra personale presso Associazione Culturale Ubik Art, Pordenone, a cura di Alessandra Santin.

 

2014 - Humus Park 2014. Meeting Internazionale di Land Art Pordenone.

INTERFERENZE

 

I rapporti visivi innestati tra l’immagine (fotografica e non) e il lavoro dell’artista sembrano provenire da contesti estremamente distanti, sottoposti nel tempo a radicale trasformazione da farli sembrare al giorno d’oggi indissolubili e quasi indispensabili. L’immagine ci perviene con eredità storicizzata, narrativa, e in qualche modo ne siamo involontariamente assoggettati.

E’ in questa specie di convivenza che Raffaele Santillo avvia la sua ricerca tra pittura, immagini fotografiche e pagine di riviste illustrate (rapporto – necessità - linguaggio) costruendo così il proprio lessico, in cui la rincorsa alle immagini non diventa un semplice esercizio di stile, bensì una continua rilettura attraverso quella che la sua grammatica pittorica gli permette di tradurre. In questi termini, Raffaele Santillo non propone una ricerca sociale di tale dualismo, egli si limita volontariamente a indurre il rapporto necessario

per la propria pittura.

Rapporto

Nel progetto Album, Raffaele Santillo avvia una ricerca su fotografie provenienti dalla quotidianità delle persone presenti nel luogo. Queste hanno consegnato – donato all’artista – alcune fotografie (scattate da loro stessi), contribuendo a creare la struttura per l’opera che verrà. Le persone coinvolte in questo progetto si sono avvicinate a uno sguardo estraneo, che trascina il loro ordinario verso l’identità di un’opera nuova.

Necessità

L’operazione che compie Raffaele Santillo attraverso le fotografie non è solo di rilettura. Egli ne ridefinisce il senso attraverso cancellature e negazioni dell’immagine, ridimensionamenti e manipolazioni dei soggetti; l’interferenza che si avvia tra rappresentazione e artista accelera la necessità di fare pittura e riconsegnare il vissuto al visivo. È segno di maturità espressiva quello di sbarazzarsi dell’immagine come reperto, oppure di affidare al feticcio tutta la propria ricerca artistica, o, ancora, di aggrapparsi all’esperienza sociale dell’interazione per assolvere il proprio dovere di artista. Raffaele Santillo ha scelto di raccogliere una sorta di eredità visiva e di trasportarla nella propria ricerca, affrontando anche quelli che sono i limiti e gli eccessi di una pittura che ha una precisa eredità grafica, riuscendo comunque a eluderla.

Linguaggio

Quella di Raffaele Santillo è una pittura fatta di ripensamenti, negazioni, fraintendimenti. Davanti ad alcune tele ci si può perdere nel cercare l’inizio di un corpo o l’espansione del paesaggio. Egli distribuisce livelli e sovrapposizioni cromatiche che si accostano e compongono un immaginario carico di attese. Soggetti e contesti si innestano l’uno con l’altro, emergendo e sprofondando nelle tenui tonalità. In queste tele la fotografia è un punto di partenza che mano a mano lascia spazio. Non c’è più una sottostruttura grafica che

guida il lavoro, ma emerge l’esigenza di affrontare pittoricamente la costruzione della tela. Osservando le opere presenti in mostra, ci si potrebbe chiedere fino a dove la realtà fotografica prema sulla pittura, fino a che punto questa sia essenziale per accettare e decontestualizzare l’immaginario collettivo.

 

Michele Tajariol

20/11/16

Quinto appuntamento del ciclo “Al fine lo spirito fa quello che vuole” artisti in dialogo.

Presso Associazione Culturale Prologo – Gorizia – 26 marzo al 2 aprile 2016

 

Del guardare sotto pelle

Esiste una classicità della pittura che si impone oltre la circolarità delle tendenze e che riporta ad una pratica quasi ascetica di analisi che non ammette gli attraversamenti di scorciatoie facili e anche accattivanti, rispondenti a gusti e mode correnti.

Questa è una ricerca che prevede un impegno senza limiti, un'occupazione assorbente, una tensione sempre tenuta stretta sulle cose, che mira a oggettivarle a scavare sotto la superficie che disturba la nostra vista e non ci rende consapevoli proprio di quello che è sotto i nostri occhi.

In periodi non così lontani si faceva riferimento al Terzo Occhio, l'occhio che sa guardare attraverso, "A/traverso" era anche il titolo di una rivista underground di quel periodo, erano gli anni Settanta, che mirava a forzare le diritture anche comunicative stereotipate, con azioni dadaiste, comunque artistiche. Raffaele Santillo sceglie oggi, la strada quasi antitetica all'urlo: il silenzio.

Lo svelamento, nel caos imperante, si determina con l'occlusione, l'eliminazione del superfluo, quando la maggior parte delle cose è superfluo e ridondante...

Un atteggiamento si diceva che si riannoda alle tendenze classiche, della ricerca, attraverso la pittura, della realtà che si spinge alla metafisica. Dalla concretezza estrema di una riproduzione a stampa, il nostro reale mediato, Raffaele Santillo finisce per trovarne il senso nell'astrazione, mediante l'estrema sintesi della sua cancellazione. Ma è una sintesi perseguita con una sensibilità oggettuale che non radicalizza all'estremo annichilimento l'oggetto e il reale, quello che guida l'artista invece è la consapevolezza della forza anche minima della memoria che ricostruisce le trame cancellate, le reinventa secondo un nostro personale riannodarne le tracce rimaste apparentemente sospese.

La nostra memoria storica è una memoria familiare, anche intima che rivive ricordi a partire da particolari di una stanza, da gesti di figure legati a un nostro immaginario personale e collettivo, che si appiglia ai particolari sopravvissuti alle figure e agli oggetti stessi. L'altra memoria che si attiva è una memoria percettiva che richiama e rimanda, nella iper produzione iconica in cui siamo affogati, ancora a segni e simboli, come nostre parti costituenti e perciò facilmente traducibili, anche se quasi interamente negati, velati con strati di tempera o colore a olio. Sono gli stessi colori a essere domestici, nel senso proprio di familiari, le tonalità pastello dei toni di grigio azzurro, o il bianco avorio, se pure stesi in superfici ridotte in composizioni di piccole dimensioni, si ampliano oltremodo sfuggendo i contorni di stanze, panorami, prospettive, che sfondano e forzano le intelaiature che diventano finestre che ci riportano dentro, fino al nocciolo del nostro mondo interiore.

 

Paola Bristot

 

Outside

 

Molti dei lavori selezionati sono stati realizzati utilizzando pagine di cataloghi di moda e arredamento. Quelle carte patinate che spesso sfogliamo, ci propongono immagini di un mondo estetico che si identifica con la nostra avidità di appartenenza. Il desiderio di indossare quel vestito o quella borsa rappresenta l’affermazione della nostra identità che ha bisogno di rinnovarsi in continuazione. Un catalogo di moda, perciò, sembra consumarsi nello stesso breve tempo tra mancanza e desiderio, magari soltanto pochi mesi, per lasciare posto a quello della stagione successiva. L’intervento pittorico sulla superfice di queste pagine è un ragionevole “atto di violenza”, un appropriazione, una operazione tanto ingrata quanto salvifica, con l’obiettivo di sottrarre a quelle immagini il loro effimero linguaggio cui erano state destinate ed utilizzarle come appiglio grafico per l’opera. La superficie patinata non è più punto di arrivo, bensì l’inizio di un processo che dall’esterno porta verso l’interno, in cui velature e colori annullano il contesto ed il contenuto. Le figure perdono il loro fine rimanendo sospese, come in attesa di destinazione, emergendo dai toni opachi di un fondale scenico e narrativo.

 

Raffaele santillo

 

RAFFAELE SANTILLO

 

Dello Scegliere e altri inganni.

 

…l’oggetto estetico, l’oggetto che viene colto per le sue qualità estetiche, è quell’oggetto a cui noi restituiamo lo sguardo.

Walter Benjamin

 

Creare un evento d’arte è innanzitutto scegliere: scegliere un’Idea e uno Spazio e un Tempo; scegliere tra le opere realizzate quelle che più si relazionano con il fine e il contesto (gli oggetti presenti, le luci e i vuoti,  il senso del frammento e del tutto).

Interrogarsi sull’intenzione e sulla capacità di scegliere, sull’importanza di quest’azione concettuale prima che fattiva, è la chiave di lettura del progetto espositivo Dello Scegliere e altri inganni, realizzata a Pordenone,  nell’ex Mulino De Franceschi, nella sede della storica Associazione culturale Ubik Art,  dove Raffele Santillo ha l’atelier da marzo 2012.

Al suo interno l’artista crea fin da subito uno spazio utile alla propria ricerca riordinando e organizzando arredi e materiali, tempi e polveri, silenzi e fragori; assimilando un sentire del luogo e divenendone parte. Gli incontri con le tracce del passato appena trascorso lo interpellano nel profondo, in particolar modo sono i setacci tondi a porre questioni ineludibili. Momentaneamente privati del loro scopo, che è appunto quello di scegliere e separare materie, essi restano come inciampi estetici, domande e proposte aperte. Scegliere il loro ascolto è la prima operazione.

– Difficile - afferma l’artista - Come avveniva da bambino, quando l’insegnante chiedeva di segnare sulla lavagna chi creava disturbo…-.

Poi le cose prendono una direzione. La Scelta diviene il processo di lavoro privilegiato cui segue, inevitabile, un progetto mirato, dunque la Personale.

La ricerca poetica di Raffaele Santillo si suddivide in almeno due periodi.

Nel primo l’artista realizza molti lavori seguendo la metodologia che ormai gli è congeniale: raccogliere immagini della storia personale e del quotidiano selezionando quello che il mondo visivo propone e moltiplica su carta o su video. Dapprima egli s’impegna a riprodurre e salvaguardare in toto le immagini prescelte, poi seleziona alcuni loro elementi decontestualizzandoli, accendendo enigmi che aprono possibilità, interpongono domande, suggeriscono plurime interpretazioni. La tavolozza schiarisce i toni; colori infarinati velano le superfici restituendo al Mulino, forse inconsapevolmente, il compito antico di un nutrimento ulteriore. Intanto l’artista salvaguarda ogni oggetto abbandonato in questo “suo” spazio. Impacchetta con cura gli attrezzi superstiti, molle, giochetti, chiavi, bicchieri e posate, libri.

Prima di scegliere cosa eliminare sceglie di conservare.                               Ogni oggetto, vestito di velina bianca, assume un senso nuovo. Allineato e archiviato (per serie, forma, scopo, dimensione) acquista un nuovo carattere estetico.

Poi ci sono le retìne di diversi spessori e grammature, utili all’azione dei setacci. Attraverso esse si filtra solo quello che la dimensione del reticolo permette.  Ad interessare l’artista questa volta è il metodo. Scegliere una chiave, stabilire il parametro di riferimento diviene il vero compito e lo scopo del lavoro.

Fabrizio Desideri sottolinea l’aspetto più sorprendente e vantaggioso delle categorie estetiche:  “… il loro derivare da schemi elastici e quindi capaci di applicarsi ad oggetti del tutto eterogenei, stringendoli in una rete di affinità.” Questi vincoli tanto misteriosi quanto veri accorpano infine le opere di Raffaele Santillo in un allestimento che si fa in toto installativo, tutto proteso  alle esperienze della salvaguardia, della memoria e della presenza, che consentono l’attivazione  della Scelta, operazione rischiosa e oggi spesso vilipesa. Sensibile al fascino dell’accumulo, ai meccanismi autoerotici del possesso che giustifica strategie alternative, attese, posticipazioni, la Scelta risulta difficile e scomoda, assimilabile ad altri inganni della razionalità e dell’emotività.  Oggi più che mai il Pensiero Liquido e il Tempo accelerato -mediaticamente iper-connessi solo sul presente- impongono distrazioni dal passato, come insegnamento ed esperienza, come bacino su cui agire per scegliere. Il consumismo sfrenato impone infatti altri modelli compulsivi, d’acquisto, possesso, abbandono senza filtri.  Sostiene Toni Maraini “…Smemorarsi’ equivale a disorientarsi nel mare magnum di un eterno presente usurpato dal sistema consumistico/virtuale/mediatico, che si sostituisce al pensiero libero e critico.” L’operazione concettuale della Scelta riconduce  quindi l’uomo alle proprie radici, indispensabili allo sviluppo della propria umanità . Qui fonda il senso della ‘narrazione’ di Raffaele Santillo, che traccia segni per confrontarsi, riconoscersi, setacciare, assecondare, specchiare e negare percezioni e visioni, non solo personali ed emotive, ma anche sociali e storiche, che si radicano sui bisogni più profondi.

In Raffaele Santillo i processi intenzionali espliciti della scelta, come proprietà di coscienza e di giudizio, si traducono in capacità di dirigersi verso, di assumere e di riferire a sé ogni relazione che si attiva in presenza di un suo intervento poetico. La tesi che l’estetico sia una funzione o meglio una «metafunzione» costitutiva dell’identità umana, trova conferma ancora una volta, nelle parole di Fabrizio Desideri: -Quando scelgo non delimito generi, epoche o produzioni, né prefiguro forme o stili. L’affinità scaturisce ovunque vibri un ‘linguaggio’ che mi sembra familiare. Mi lascio raggiungere da elementi che convengono al mio sentimento, sollecitano la mia com-partecipazione e convogliano o stimolano la mia percezione mentale. È l’interazione che conta … mi sintonizzo con il pathos che liberamente soffia ovunque.”- Questa passione amante rende la Scelta un’operazione fondante e fragile insieme, a volte ingannevole, relativa all’alchimia immaginativa personale, processo indipendente e creativo di ciascuno.

L’atteggiamento estetico intenzionale di Raffaele Santillo orienta le sue scelte verso opere/oggetti che a loro volta  restituiscono lo sguardo, come afferma Benjamin. Il proto-oggetto che l’artista individua è il volto, lo spazio che sollecita una percezione di scambio e di relazione simmetrica. Per questo l’artista cancella gli occhi, riproduce maschere, annulla le linee fisiognomiche, vela visi, copre i volti, accentua espressioni, produce sottili variazioni di luce che falsano i colori naturali dell’epidermide, … e crea scene sospese.

Al limitare delle tenebre una bambina fa castelli di sabbia, le luci di una giostra non illuminano altro che le braccia rotanti della giostra stessa, una persona sta oltre la trama spessa del retìno, … sono opere simili a scatti fotografici nella nebbia che richiamano memorie arcaiche, allusive di scoperte, turbamenti e libertà perdute o ancora di là da venire.

L’insieme nella sua complessità interpella l’artista che, già si diceva, realizza opere di carattere installativo, bianche nella loro estrema/temporanea ricerca estetica, che presto si fa concettuale.  In esse alcuni lavori pittorici, contemporaneamente malinconici e ironici, entrano in dialogo poetico con il tutto e costituiscono la presenza tangibile del lavoro quotidiano, lento e meditato di Raffaele Santillo. Questa relazione personale con ogni cosa, esplicita, anche se lasciata nel suo mistero, rappresenta una costante che impone la Scelta: una lettura interpretativa d’insieme, un’esperienza di piacere, un’operazione contemporaneamente di mezzo, di fine e di metodo.

 

Alessandra Santin

 

RAFFAELE SANTILLO

 

CONSAPEVOLE DERIVA

 

La dimensione liquida della cultura contemporanea riabilita il concetto di deriva. Quando si è immersi nella foschia stagnante che impedisce di vedere tanto gli ostacoli quanto gli approdi, l’immobilità non è la soluzione. E’ lasciarsi andare alla deriva (scarrocciare direbbe il marinaio) a offrire aperture possibili, chiavi che interpretano l’enigma del presente-estraneo, e del futuro ignoto.

Così procede la ricerca di Raffaele Santillo che alleggerisce il gesto, il segno, il colore per andare verso un mondo altro, dove il Tempo cessa di essere urgente, la soglia di rappresentare il limite, e il silenzio non basta a celare le pressanti richieste della realtà quotidiana.

La rappresentazione del mondo riprende la parola, pur con un sussurro a bassa voce, dentro il mistero delle ultime opere esposte.

Un catalogo di prodotti in vendita (abiti, persone, luoghi e cose) rappresenta l’inizio di un percorso lento, in cui consapevolmente  lasciarsi e lasciar andare, fino al raggiungimento di un’ombra, di un alone poetico vitale che parla del cominciamento, che accenna a nuove labili relazioni, che ri-forma senza conformarsi.

Le opere, proposte spesse volte in dittico, suggeriscono una narrazione, raccontano senza descrivere e dimenticandosi di nominare.  Ed è subito epifania, poesia intorno alla consapevole deriva.

Anche la serie degli interni domestici allude alla lettura introspettiva, posteriore. Le cose qui riconducono al presente soggettivo, carico di memoria: la poltrona di casa, le foto di famiglia, la luce calda in cui è più facile leggere.

 

Alessandra Santin 2015